Note a margine del Seminario di Archeologia Virtuale

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Una rilfessione sull'uso delle tecnologie in archeologia

Il 5-6 aprile 2011 si è svolta presso la Sala Conferenze di Palazzo Massimo alle Terme la 2ª edizione del Seminario di Archeologia Virtuale: la metodologia prima del software. Al termine della due giorni di incontri si impone una riflessione critica su quanto è stato visto e su quanto è stato detto.

La natura del seminario ha determinato delle scelte, non tutto si è potuto dire ma molto è stato detto. Due sono stati i temi di fondo emersi: 20 anni fa a questo mondo ci si avvicinò da autodidatti, 10 anni fa ci si avvicinava da autodidatti, oggi ci si avvicina da autodidatti. Solo poche università, a livello per lo più di laboratorio, offrono fattive possibilità di formazione concreta agli studenti: negli altri casi si offre poco o niente e tutto è lasciato alla buona volontà degli studenti. Il gap che si è accumulato in questo tempo è oramai irrecuperabile, perché oggi, a differenza di allora, i temi da trattare sono infinitamente più vasti e complessi e se non si offre agli studenti una didattica di base, li si abbandona al loro destino con grande detrimento futuro degli studi archeologici.

Secondo tema emerso, a mio avviso, è la profonda riflessione ancora da fare dal punto di vista della corretta metodologia nell’utilizzo delle tecniche e delle tecnologie: vi sono state, sempre a mio modesto parere, delle criticità, alcune rese esplicite altre sottaciute per motivi di tempo disponibile. Spero che tutti colgano l’opportunità di migliorare il proprio bagaglio conoscitivo e sfruttare le problematiche sollevate per migliorare i processi di ricerca che metteranno a punto nei progetti futuri. Non si voleva indicare una strada al di fuori della quale si cade nel burrone, si voleva indicare un impianto di base, un processo cognitivo che fosse sì, questo, basilare ed imprescindibile per cogliere la solida scientificità della ricerca.

Agli studenti, il primo target cui era rivolto questo seminario, spero di aver offerto concretamente almeno 2 cose: la possibilità di confrontarsi con alcuni dei massimi esperti italiani in questo settore e la possibilità di comprendere che il giusto approccio a queste tematiche può avvenire solo su una solida base metodologica. Potrà sembrare scoraggiante, ma è necessario essere esigenti e rompiscatole: la tecnologia deve essere un grande alleato per gli studi archeologici, non il fine o il punto centrale delle ricerche. Non affidatevi dunque soltanto all’autodidattismo, che può essere utile in molti casi ma non vi consentirà mai alla fine di raggiungere i livelli richiesti: sfruttate questi momenti, fate domande, rompete le scatole alle università affinché vi offrano la possibilità di mettere da parte un bagaglio di base dal quale partire per percorrere la vostra strada. Impariamo inoltre che se un lavoro è fatto male, va rifiutato a costo di ripeterlo dieci volte, e non accettato per compiacere: il Bene Culturale è patrimonio dell’umanità, se ciò che produciamo lo squalifica o lo danneggia (soprattutto nel senso della corretta conoscenza), facciamo un danno all’umanità prima che alla conoscenza scientifica e a noi stessi. Affinché ciò avvenga, sono basilari tre questioni: la pianificazione dell’uso di tecniche e tecnologie si fa a monte, la possibilità di usare determinate tecniche e tecnologie va pianificata a monte, chi utilizzerà (in prima persona o al fianco di un tecnico) le tecniche e le tecnologie scelte deve essere in grado di comprenderne il funzionamento, deve essere in grado di capire se il dato grezzo prodotto è accettabile e conforme alle necessità di uno studio archeologico, ergo deve studiare come quelle tecniche e tecnologie funzionano e deve farlo a monte; solo dopo tutto questo si potrà, eventualmente, procedere ad applicare il tutto alla propria ricerca.

Il rischio è che l’user (il ricercatore), per motivi economici, temporali o quel che si vuole, voglia invadere il campo del provider (il tecnico) senza avere le capacità per farlo, con grande detrimento della ricerca. Può farlo, ma solo se la sua formazione è solida e senza dimenticare che comunque noi siamo archeologi ed archeologi dobbiamo rimanere. Non si può e non si deve improvvisare nulla.

Corre ora l’obbligo di ringraziare la dott.ssa Paris, direttrice del Museo Nazionale Romano a Palazzo Massimo alle Terme per averci accolto con grande disponibilità e cordialità; la dott.ssa Friggeri, direttrice del Museo Nazionale Romano alle Terme di Diocleziano, per aver messo a nostra disposizione la Sala Virtuale dove è esposto il progetto della Villa di Livia realizzato dal CNR; il personale tecnico che con grande professionalità ha consentito la perfetta realizzazione logistica ed organizzativa del seminario; il Comitato Scientifico che ha permesso e permetterà che questa due giorni non rimanga una rondine a primavera; tutti coloro che ci hanno seguito con attenzione sia in sala sia attraverso la diretta streaming appositamente creata.

Spero che da qui si parta, che il materiale che presto metteremo gratuitamente a disposizione (gli atti, la registrazione video, etc.) costituisca un momento di riflessione nell’approccio a questa che sta sempre più diventando una branca importante degli studi in campo archeologico. Continuate a rimanere in contatto, presto ci saranno altre novità sul tema! A presto.

 

Ringrazio tutti coloro che hanno voluto condividere sul web le loro impressioni sul seminario:

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