Note a margine del 3° Seminario di Archeologia Virtuale

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Comunicare l'Archeologia in digitale

seminario archeologia virtuale 2012

Anche quest'anno si è conclusa positivamente l'esperienza legata al digitale applicato ai Beni Culturali: il tema di questa edizione del seminario era incentrata sulle nuove possibilità di comunicazione del patrimonio archeologico, da cui poi discendono positive esperienze di divulgazione e valorizzazione dello stesso.

Grazie ai tanti colleghi che hanno deciso di partecipare come relatori, la giornata del 20 giugno è stata di particolare interesse e, con molta poca umiltà (lo ammetto), mai in Italia noi archeologi avevamo riflettuto così profondamente su quanto stia cambiando la comunicazione e su quanto noi stessi poco facciamo per seguire questo cambiamento, lasciando che altri prendano il nostro posto con tutti i disastri che, potete immaginare, spesso si verificano in termini di assenza di scientificità. Come l'anno scorso, abbiamo girato intorno al tema a 360°: blog, 3D, virtuale, pubblicazioni tradizionali, mobile device, perfino la prototipazione 3D di reperti (cosa davvero rara in archeologia) etc., cercando di cogliere problematiche, criticità, future prospettive, soluzioni.

Difficile fare un riassunto della giornata, senza dimenticare qualcosa, i video vi aiuteranno a capire quanto materiale c'è da approfondire: si può tuttavia dire che il ritardo dell'Archeologia rispetto al tema del digitale è oramai cronico, strutturale. In tempi di crisi come questo poi, tutti sono attirati dalla cultura per la possibilità di fare economia, e c'è una svagata sensazione generale che in fin dei conti tutti possono fare cultura, ché l'umanesimo non è mica scienza dove servono provette e complesse strumentazioni di analisi, qui basta leggere qualche libro, scopiazzare qualche immagine qui e là dalla rete ed eccoti confezionato un bel prodotto multimediale da vendere al pubblico per fare show, per fare sensazionalismo hollywoodiano. In tutto questo non esiste ricerca, non c'è alcuna parvenza di scientificità, con il risultato che perfino Ministeri e Soprintendenze, che pure dovrebbero essere attente proprio a questo fattore, finiscono per affidarsi a società private che si fanno pagare fior di soldi per realizzare applicazioni da quattro soldi.

In tutto ciò, la colpa è anche nostra, per dire soprattutto nostra: noi archeologi abbiamo sempre pensato che il nostro compito fosse scavare e studiare, stare chiusi nelle biblioteche e negli archivi a scovare antichità, lasciando che i nostri risultati arrivassero al pubblico filtrati da terze persone. Il risultato di questa devastante idea è che quel pubblico non apprezza il lavoro degli archeologi: gli imprenditori tentano di aggirare le leggi per fare soldi con l'edilizia, i cittadini si lamentano se chiudiamo una strada per uno scavo, i privati tentano di nascondere quanto hanno in casa e migliaia di persone campano con scavi clandestini ed esportazione illegale di patrimonio, sui siti archeologici di Paestum e Pompei i contadini coltivano piselli e verdure varie (gli ispettori lo sanno, ma nulla fanno). Però, sollevazioni popolari a difesa della cultura per salvare Villa Adriana: questa difesa è astratta, ideologica, ed in via definitiva non porta a nulla, perché probabilmente, tra qualche anno, nuove battaglie dovranno contrastare una qualche nuova discarica.

Se non saremo noi archeologi a riappropriarci dell'intera filiera che dallo scavo, dalla ricerca, giunge al pubblico, altro che emigrare all'estero: dovremmo considerarci responsabili della distruzione del patrimonio stesso. Il digitale e la tecnologia ci offrono moltissime opportunità: nonostante i PDF3D esistano oramai da qualche anno, non sono per nulla utilizzati dagli archeologi ma neanche dagli editori che pubblicano in digitale, eppure Andrea Fiorini ci ha mostrato come sia possibile creare all'interno di un file elettronico uno pseudo GIS di scavo, nel quale la sovrapposizione di layer di dati e di layer di studio costituisce un valore aggiunto di estrema importanza per la comprensione stessa del testo che affianca il riquadro contenente quel modello. Abbiamo visto con Emanuela Faresin come la prototipazione, oggi sempre più a basso costo, possa consentire lo studio diretto di reperti a fini di restauro e di conservazione ma soprattutto a fini di divulgazione: una copia metricamente e morfologicamente esatta del reperto può essere data in mano ai non vedenti, il cui tatto è l'unico strumento per capire com'è fatto il mondo, può più banalmente diventare un gadget da vendere nei bookshop dei musei al posto di quelle pataccate che si vedono oggi giorno sulle bancarelle dei venditori ambulanti, proteggere con la sostituzione di copie particolari reperti che devono essere conservati in condizioni atmosferiche controllate. Marina Lo Blundo ed Erika Vecchietti, con due interventi diversi incentrati sulla comunicazione, ci hanno mostrato da una parte quanta poca strada gli archeologi abbiano fatto con i blog in questi oltre 10 anni di internet (e la sua presentazione riporta dati abbastanza chiari), dall'altra parte quanto l'editoria che tratta di archeologia per il grande pubblico non abbia aggiunto valore culturale all'archeologia ma anzi... Andrea Arrighetti ci ha portato l'esperienza del Laboratorio di Architettura dell'Univ. di Siena su un tema che anche io sto indagando negli ultimi tempi, ovvero il rilevamento di strutture archeologiche attraverso l'utilizzo di algoritmi di Structure from Motion integrati con sistemi proprietari di tipo fotogrammetrico come quelli prodotti dalla Menci Software: i risultati sono ben chiari, e cioè che allo stato attuale è impossibile passare dal rilevamento al rilievo con questi algoritmi, e chi asserisce il contrario non ha ben chiara la differenza tra i due termini. Ringrazio infine Elisa Cella e Laura Castrianni per aver presentato, con dovizia di particolari e procedure tecniche di studio, come sia stato possibile ricomporre, attraverso documenti d'archivio, l'opera di Giacomo Boni e del Genio Militare riguardo la fotografia archeologica in Italia (e le loro esperienze sono state le prime a livello mondiale, checché se ne dica): la loro mostra è da oggi visibile alla British School of Rome. In chiusura, Fabio Simonetti ha mostrato HyperColumna. Uno sguardo sul passato, un bellissimo progetto portato avanti da studenti che intende far avvicinare il pubblico alla storia ed alle storie della Colonna di Traiano, con innovativi sistemi di comunicazioni che fanno uso del multimediale e dei mobile device per mostrare i complessi contenuti della colonna. Faccio gli auguri a Fabio Converti ed Alfredo Corrao che per alterne vicende personali non hanno potuto essere presenti al seminario: contiamo di recuperare le loro comunicazioni negli atti, perché quello che ho potuto mostrare del loro lavoro merita davvero un approfondimento. Di me non dirò nulla: ho messo insieme una presentazione talmente lunga e complessa che ho fatto fatica persino io a comprimerla in poco spazio dando conto dei temi che oggi sono legati al 3D ed alla fruizione digitale del patrimonio archeologico; non a caso ho costruito una presentazione molto testuale proprio per consentire a chi di voi la scaricherà di recuperare in ordine tutto il materiale.

C'è ancora molta strada da fare: se la parola chiave è "integrazione", esperienze e best practices che abbiano saputo coniugare questo termine con la giusta visuale e prospettiva se ne vedono poche, per non dire nessuna (né in Italia né all'estero, sia chiaro), da parte degli archeologi. Quali siano i problemi è difficile da indagare, di certo centrano problemi quali un certo tradizionalismo dell'accademia ed il mal costume ancora molto diffuso della "proprietà intellettuale" del dato archeologico, che pur essendo prodotto con soldi pubblici, pur essendo l'archeologia patrimonio di tutti per definizione, consente anche attraverso apposite leggi di protezione del lavoro di ricerca che i dati rimangano chiusi nei cassetti degli studiosi e delle Soprintendenze anche per sempre (ed è un fatto noto che il 97% degli scavi archeologici non venga pubblicato, a cui si aggiunge il fatto che 2/3 delle scoperte archeologiche ogni anno rimangano sconosciute agli stessi archeologi: fatevi due conti). Tuttavia, open data, open content, public archaeology sono solo una parte del problema, finché contnueranno a mancare le competenze scientifiche per l'utilizzo del "workflow digitale" nella ricerca archeologica e finché si continuerà a pensare che in fin dei conti, il 3D in archeologia è solo un bel giocattolino con il quale ammaliare il pubblico.

Oltre lo streaming che quest'anno, grazie alla collaborazione del DigiLab della Sapienza, è andato in onda anche in modalità ad alta qualità (e so per certo che ci hanno seguito anche dalla Spagna e da Creta, tra gli altri), abbiamo provato a sfruttare anche Twitter per una comunicazione instantanea e diretta di quanto accadeva in sala, devo dire con discreto successo: anche se non eravamo in molti ad usarlo costituirà una traccia permanente della nostra discussione.

Come sempre, tutto il materiale che sarà possibile rendere disponibile (in particolare presentazioni, video ma anche i file di esercitazione dei freelab) è già online oppure lo sarà presto. In più, quest'anno cercheremo di uscire con gli Atti davvero entro la fine dell'anno, quasi certamente con una edizione digitale che mostri a livello fattivo le potenzialità di questi nuovi medium.

Infine, torneremo in un prossimo futuro con una nuova edizione del Seminario, il cui tema sarà la Gestione digitale del dato archeologico, un tema che non possiamo più rimandare per non limitarci a fare della filosofia astratta su temi quali open data ed open content. Chi vuole può già cominciare al tema, la prossima edizione sarà un pochettino diversa dalle precedenti. Per il concorso fotografico "Comunicare l'Archeologia", terminata la premiazione ufficiale dei vincitori, ho lanciato il prossimo tema: #archeogram. Perché l'hashtag? Perché il concorso sarà direttamente legato all'oramai famosissimo social network Instagram. Ne vedremo delle belle, stay tuned...

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